Blonde Redhead. 23

Tornati. Tre anni di attesa. I Blonde Redhead confezionano il loro album più pop. La direzione intrapresa da Melody of Certain Damaged Lemons (2000), perfezionata e limata da un suono più etereo e sognante con Misery is A Butterfly (2004 e passaggio sotto l’egida della 4AD), si completa con 23. Gli ormeggi sono stati definitivamente mollati. La costa si allontana.

E’ definitivamente tramontato il periodo degli esordi. New York, da sempre culla dell’avanguardia musicale più innovativa e coraggiosa, ospita spinge alla musica un inedito gruppo, dalle molteplici provenienze geografiche. Amedeo (chitarra e voce) e Simone (batteria) Pace sono due fratelli di origini italiane, cresciuti in Canada. Kazu Makino (voce e chitarra) è giapponese. Prendono il loro nome da una canzone dei D.N.A. di Arto Lindsay, formazione essenziale della scena no-wave della Grande Mela, verso la prima metà  degli anni ottanta. Dieci anni dopo, nascono i Blonde Redhead. Inizialmente indirizzati verso una musica ostica e sperimentale. Molto noise rock (Sonic Youth e derivati), avanguardia, rock sperimentale. Non è musica semplice da ascoltare. Graffiano i Blonde Redhead.

Ma gli artigli li hanno levati. Non per scelta compromissoria, per la ricerca a tutti i costi di fama e gloria. Capita di frequente. Ma non nel caso dei Blonde Redhead. Perché 23 è un disco bellissimo. Estasi e leggerezza. Nessun peso da portare. La malinconia si dilata, rimane appena percepibile. Le trame oscure e le nebbie si aprono per far posto a tanta luce. La canzone.
Un album estremamente coeso, con una scaletta coerente e saggia, con un filo conduttore che attraversa le canzoni, le unisce, le rende un tutto unico. Lo stile. Molte ballate delicate e sognanti. La wave, il pop elettronico tipo Air, le produzioni targate 4AD degli anni ottanta (Cocteau Twins su tutti), la canzone francese (Serge Gainsbourg), lo shoegazing, qualche cenno di avanguardia e minimalismo. Tutto questo troverete nelle dieci tracce di questo gioiello.

 

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