The Aliens. Astronomy For Dogs

Lo scioglimento del gruppo scozzese Beta Band, avvenuto nel 2004, ha lasciato un vuoto non facilmente colmabile tra gli amanti della sperimentazione più ardita ed intelligente, tra i propugnatori della fusione tra “basso” ed “alto”, tra quelli, in definitiva, che nell’ambito della pop-rock music hanno sempre visto i generi non come dei contenitori stagni, bensì come dei vasi comunicanti. La lieta novella per tutti costoro è che due dei quattro componenti della band scozzese, John Maclean e Robin Jones, hanno fondato un nuovo gruppo, The Aliens. A dare loro manforte è giunto anche Gordon Anderson, già ai primissimi tempi con la Beta Band, una sorta di Peter Best, il “quinto beatles”, che oggi, però, si riaggrega ai compagni, dopo aver attraversato il deserto, miraggi compresi, della malattia mentale.

L’album d’esordio del trio s’intitola Astronomy For Dogs ed è, meglio dirlo subito, davvero scoppiettante, denso di fosforo e di riferimenti, una delle uscite migliori, a parere del sottoscritto, provenienti dalla perfida Albione in questa prima parte d’anno piuttosto avara. Già dal brano d’esordio, Sitting Sun, è possibile comprendere l’aria che tira e quali sono alcuni degli ispiratori dei nostri: i Beatles più psichedelici e revolverati, il miglior rock-blues americano, ma anche i Primal Scream(edelici). In tutti i brani, comunque, è possibile intravedere le stratificazioni, con alcuni elementi che ritornano ed altri che si avvicendano e si sovrappongono. E’ un approccio che tiene nella giusta considerazione gli artisti fondamentali per la loro formazione, senza mai perù rimanere ingabbiati o, peggio, succubi, con un’attitudine al pastiche, non molto dissimile da band come i The Coral o i Gomez, solo per citare i più famosi; ma i risultai finali degli Alieni sono, soprattutto in taluni episodi, piuttosto diversi. La nota prevalente, che li accomuna in qualche modo alla vecchia Beta, è infatti un’atmosfera di ludica serietà , se mi passate l’ossimoro: il divertimento c’è, eccome, ma non è mai sfrenato, “caciarone”; i più attenti possono intravedere l’accurata preparazione della “fiesta”, che non trascura nessun particolare, che viene ottenuto servendosi non tanto di una stadera, ma del bilancino dell’orafo.

In Robot, su alcuni degli elementi già citati prevale il funky clintoniano (sì, l’altro “presidente”, quello dei Parliaments); mentre nell’acida I Am The Unknow la psichedelia prende decisamente il sopravvento e si fluttua di brutto, fino a raggiungere distanze siderali, obbligando il povero dog-astronomo della cover ad usare il telescopio per ritrovare il padrone. I passeggeri del sottomarino giallo, capitanati per l’occasione dall’anima benedetta del colonnello Harrison, fraternizzano nella crepuscolare Tomorrow con i ragazzi della spiaggia. Rox, invece, ci riporta dalle parti di Madchester, non senza incursioni mediorientaleggianti; addirittura echi ska e mod-oriented caratterizzano la prima parte di Glover, che però si fondono nel lungo finale con le consuete invenzioni elettroniche: praticamente due brani al prezzo di uno. Ancora anni ’60 in Honest Again e in The Happy Song: un trip niente male il primo; l’altro, invece, un 45 giri da far strappare ancora i capelli a qualche attempata donzella, memore dei tempi in cui sir Paul portava il caschetto.

Chi poi si sente veramente pronto per l’espansione di coscienza e per la lievitazione, puù aggregarsi al Caravan, che in 12 e passa minuti ti porta a cercare te stesso in India o in qualche altro posto della galassia: un viaggio che avrebbe potuto intraprendere il buon David Crosby se fosse nato una ventina d’anni dopo.

Gli Alieni sono fra noi, quindi, ma non facciamoci prendere dal panico; anzi, io esorto tutti i viaggiatori più¹ intrepidi a non lasciarsi sfuggire la possibilità di salire sul loro fantasmagorico disco volante.

The Aliens / Astronomy for Dogs / EMI
tags: , , , , , ,

 

0 Comments

You can be the first one to leave a comment.

Leave a Comment